WOLFSON

WOLFSON.

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Flashback

IMG_0740E’ vero, quell’idiota di Schinnici non mente: ho avuto dieci anni, centoventi mesi di carcere duro, per capire il gesto d’amore di mio padre. Dieci lunghi anni per prendere altezza, lunghezza e profondità dell’affetto che mio padre aveva nei miei confronti. Ricordo ancora quel pomeriggio in cui il suo telegramma, simile a un mandato di comparizione, mi intimava di tornare a casa. Allora ero all’università e, temendo che le condizioni di mia madre fossero peggiorate, obbedii subito. Quando entrai in casa, mio padre era fuori. “Antine, amore, sei tu?” fece da lontano la voce di mia madre. “Sì, mamma. Dove sei?” Sapevo benissimo che mia madre era distesa nel suo letto al piano di sopra, vestita e truccata come se stesse per uscire di casa e una pezzuola umida sulla fronte. Come di consueto era in preda a una forte emicrania. Mia madre, nonostante avesse dato le dimissioni dal mondo e vagasse tra le tenebre della depressione, era sempre in ordine per il suo appuntamento con la morte, che aspettava tutti i giorni e voleva rapida e silenziosa, da quando era entrata di diritto nel gotha della sofferenza oltre dieci anni prima. Ricordo ancora il profumo della sua stanza, sapeva di violette e di cera per mobili. Non appena la vidi precipitai nella mia realtà di figlio sopravvissuto. “Avvicinati”, mi disse. “Vieni a dare un bacio a tua madre. Sei stato via a lungo. Come mai sei tornato: è forse Natale?”. Dunque non sapeva del perché fossi tornato, nulla del telegramma che mio padre mi aveva inviato: perché lei, del presente, ignorava tutto. “Sei dimagrito, somigli sempre di più ai Bellu: gli stessi zigomi alti e un’ombra tra le ciglia che fa innamorare le donne”. Avevo il cuore stretto in una morsa di sofferenza, e presi, mio malgrado, a piangere silenziosamente, mentre le sue mani mi accarezzavano il viso e io le baciavo. “Perché piangi amore? Non hai superato l’esame di analisi? Non preoccuparti, ci penserò io a calmare tuo padre. Sembra così severo ma è tanto buono, povero caro”. Avrei voluto gridarle che quello in cui viveva non era il mondo vero, che avevo superato l’esame di analisi quattro anni prima senza che lei se ne accorgesse, che avrei dovuto discutere la mia tesi di laurea in capo a qualche mese e che lei mi avrebbe presto retrocesso al liceo. Avrei voluto gridarle di trovare il coraggio di soffrire con me e mio padre e di buttare la sua collezione di psicofarmaci. Piangevo alla maniera degli adulti quando hanno la certezza di non essere visti da nessuno: senza ritegno, di un pianto inconsolabile, senza cercare di trattenere le lacrime: un pianto maschile privo delle pastoie della virile dignità. Più mi sentivo in trappola, più cercavo di stringere a me l’oggetto del mio amore cieco. “Antine, tesoro, mi fai male! Ti ho detto di calmarti, tuo padre fingerà di adirarsi e poi tutto tornerà come prima!”. “Oh, mamma cosa mai ci è successo? Ti prego torna in te, io sono vivo!” Poi sbottai improvvisamente e la allontanai da me facendole ondeggiare bruscamente il capo, per adagiarglielo subito dopo dolcemente sui suoi cuscini che profumavano di violetta. Le lacrime continuavano copiose, superavano le guance e il collo per fermarsi sul mio colletto inamidato. “Nulla tornerà come prima, mamma, nonostante le tue promesse e le tue pillole… mai più”. Mia madre mi guardava come si guarda un bambino che l’ha fatta grossa, io la guardavo come si guarda un amore irrimediabilmente perduto, con la stessa irriducibile nostalgia. Poi mio padre irruppe nella stanza di bambola, si chinò a salutare mia madre con un lieve bacio e quando ne uscì, scivolandomi accanto, sussurrò “Esci immediatamente di qui , asciugati le lacrime e raggiungimi nello studio. Devo parlarti”
Stizzito perché mio padre mi aveva colto in un momento di grande debolezza, lo raggiunsi subito. Lo trovai già seduto alla sua scrivania, con tutta la stanchezza del mondo sulle spalle un tempo squadrate e ora simili all’aspetto del collo di una bottiglia là dove si unisce al bulbo. “Stammi a sentire, Antine: qualcuno della questura, mettendo a repentaglio carriera e buon nome e contro ogni etica professionale, mi ha informato che la Digos controlla ogni tuo movimento. Mi ha detto che ogni mattina fai colazione alle sette e trenta nella caffetteria sotto casa tua e che apprezzi il cappuccino spolverato con caffè amaro. Ti dice niente tutto questo?” Quindi levò dal taschino un fazzoletto immacolato su cui spiccava il minuscolo ricamo delle sue iniziali e me lo porse. L’infelicità lasciava posto al dispetto. A ventiquattro anni piangevo come un bambino perché mamma non mi voleva e babbo aveva scoperto che, tra un esame e l’altro nel mio brillane cursus studiorum in ingegneria, piazzavo bombe rudimentali a notte fonda nei pressi delle proprietà del capitale. E lo facevo, per altro, con esiti piuttosto modesti, ove si eccettui lo scoppio che uccise sul colpo ben due gatti randagi e pulciosi che se ne andavano in giro per i fatti propri. Oggi verrebbero definiti entrambi effetti collaterali di guerra. Allora, come ora, c’era qualcosa che temevo più di ogni altra, ovvero il ridicolo. Mi resi conto in quell’istante dell’aspetto comico e surreale della mia desolata posizione, e una potente risata asciugò in un attimo le mie lacrime. Non potevo accettare la banalità del figlio che cerca di attirare l’attenzione di una madre rinchiusa in un mondo inesistente e impermeabile al dolore per una figlia quasi bambina morta d’aborto clandestino mentre tutto il mondo la sapeva al sicuro tra i banchi di scuola – esclusa la mammàna Adele Sanna – facendo saltare in aria felini e, prima o poi, qualche ignaro passante. Non potevo accettare di essere la dozzinale rielaborazione del mito di Edipo riveduto e corretto da uno psichiatra austriaco circa cento anni prima. Mi vidi come un caso clinico da manuale, alla portata di qualsiasi specializzando al primo anno di psichiatria. Costui sarebbe stato ben lieto di sapere che da qualche tempo non andavo più in camposanto: da quando col mio mazzo di rose gialle, che alla fine deposi sulla tomba di uno sconosciuto ‘padre e marito esemplare’, mi sfinii in un’inutile ricerca concentrica della tomba di Valeria ‘figlia e sorella amatissima vivrai per sempre nei nostri cuori’. Sembrava che un’inopinata disattivazione di alcuni recettori cerebrali mi rendesse incapace di vedere la tomba di Valeria, che avevo incrociato diverse volte nel mio vagare senza costrutto nella cittadella dei morti. Mio padre aveva ben altri pensieri che lo stare appresso ai complessi irrisolti di ragazzetti borghesi che si erano nutriti, digerendolo male, dell’Anti-Edipo di Guattari. Mio padre aveva il senso della storia e il principio di realtà che non mi aveva trasmesso con i suoi occhi da indio e gli zigomi alti, e di questo ne era ben conscio. Al contrario di Valeria, come mio padre in ottimi rapporti con la realtà e che durante la sua breve vita aveva goduto della bellezza e dell’unicità delle cose quotidiane, io ero un sognatore, e della peggior specie. Come molti della mia generazione, ero disposto a sacrificare me stesso e i miei affetti nel tentativo di realizzare utopie impossibili. Era giunto il momento della verità, mio padre sapeva, era quindi giunto il momento del confronto. “Che vuoi dire con questo? Non capisco di cosa tu stia parlando. Immagino che il tuo cane da guardia ti avrà riferito che, oltre ad essere un discreto bevitore di cappuccini, sono anche uno studente modello e conduco una vita sociale irreprensibile”. “Sì Antine, so della tua vita sociale: tu non hai alcuna vita sociale e ti vedi con pochissime persone delle quali avrei preferito non sapere nulla. Ti parlerò molto chiaramente, la Digos sa tutto di te. E io posso dirti che sei ancora in tempo, nonostante tutto, ad abbandonare questa follia. Di questo non dovresti ringraziare me, ma il mio cane da guardia”. Sbottai furente “Di questo volevi parlarmi, dunque. La polizia sa tutto del figlio del giudice e gli si offre una possibilità, magari a patto che tradisca i suoi compagni?” Mio padre sospirò come sospirano quelli che continuano a battersi per una causa persa “Non devi denunciare nessuno, credimi: la Digos sa dei tuoi compagni molto più di quanto tu stesso non sappia. Figlio, ci deve essere un altro modo per cambiare questo Paese, senza le armi. Ci deve essere per forza un altro modo, nel rispetto della legge: questo non è un Paese che risolverà le ingiustizie con le armi, Antine”. Ricordo quel momento come se fosse accaduto ieri. Piantai entrambi i palmi aperti delle mani sulla scrivania e sporgendomi in avanti gli sibilai con voce ferma “ Dunque non hai capito, babbo? La Guerra è già cominciata”. Ero un perfetto idiota. Mio padre non disse nulla. Si appoggiò allo schienale e mi guardò mentre mi rimettevo eretto fiero della mia granitica fede nel sol dell’avvenire in punta di mitra e uscivo dalla sua stanza senza dire più una parola. Di lì a qualche tempo, ebbi modo di prendere le misure dell’amore che mio padre mi portava: prima che potessi fare il salto di qualità passando alla clandestinità e mi macchiassi dell’omicidio di due poliziotti della mia stessa età nel corso di una rapina di autofinanziamento della lotta del popolo, mio padre, il giudice Bellu, comandò al suo molto riluttante amico ispettore Maloccu, il cane da guardia che tante volte da bambino mi aveva preso sulle sue ginocchia, di proseguire velocemente l’iter delle indagini. Non passò molto tempo che il pubblico ministero della procura del capoluogo spiccò nei miei confronti un mandato di cattura per fiancheggiamento a banda armata. Fui catturato all’uscita della caffetteria sotto casa, alle sette e mezza del mattino, poco prima di andare in facoltà. Avevo ancora disegnati, agli angoli della bocca, due sottili baffi di cacao, e la mia foto comparve in prima pagina sui due fogli maggiori dell’isola, a corredo di un articolo che definiva la mia cattura una brillante operazione delle forze dell’ordine contro il terrorismo. Mi dichiarai immediatamente prigioniero politico, e queste parole mi valsero la condanna a dieci anni di carcere. Ero davvero un perfetto idiota. Non vidi mai più mio padre: le ultime parole che gli dissi furono ‘la guerra è già cominciata’. Quando morì mi trovavo in un carcere di massima sicurezza e mi fu negato il permesso di vederlo per l’ultima volta. L’ultimo ricordo che ho di lui è il suo sguardo stanco e rassegnato, che in realtà nascondeva tutta la determinazione del mondo: lo sguardo del giudice che condanna l’mputato per impedirgli di trasformarsi in vittima. Ma la realtà allora mi era estranea, mentre mio padre mi fece rinchiudere in galera perché sapeva che prima o poi avrei ucciso qualcuno e, una volta finita l’orgia delle ideologie che aveva dato vita a una generazione in mostri, non sarei stato capace di convivere con me stesso. In un modo o nell’altro, mio padre mi aveva salvato la vita.

Partir è un po’ morir

aliens Mancavano dieci minuti alla partenza del volo 13356 della Rayan Air.

Mancavano dieci minuti alla partenza del traghetto Dante Alighieri della Costa Crociere.

Mancavano dieci minuti alla partenza dello Shuttle della NASA.

 

Marito stressato da lavoro, nervosissimo per il ritardo, accusa moglie; moglie sfiorita precocementemte per non aver terminato gli studi causa gravidanza inaspettata, ripete che mamma aveva ragione: a suo tempo avrebbe dovuto abortire. Due pargoli litigano furiosi contendendosi il gioco educational delle patatine. All’ultima curva che precede l’ingresso in aeroporto l’auto si schianta contro un quercum suber vecchio di trecento anni, esplodendo nell’impatto. Nessun superstite, mentre la quercia se la cava con un graffio.

Antonio ha posteggiato la macchina nel vano auto della nave. Aspetta sulla banchina che il terzo fischio solleciti i passeggeri titubanti. Accende una sigaretta e guarda il mare oleoso e maleodorante, occhi neri e opachi. Incredibilmente dieci minuti sono troppi per un riassunto lungo quarantanni e una solitudine senza speranza. Il liquido nero e oleoso è invitante come un liquido amniotico. All’arrivo a Genova il Capitano viene informato che manca un passeggero all’appello.

La giovane ingegnere Miluna Rashid è alla sua seconda missione spaziale. La precedente missione dello Shuttle fallisce prima ancora della partenza in gran parte per sua responsabilità .I giovani geni commettono errori di calcolo, ma lei ha una seconda possibilità. Il mondo viene a conoscenza della sua sfida solo dopo che la navicella si incendia come una stella a contatto con l’atmosfera, questa volta non per colpa sua, e lei viene ricordata come un’intrepida eroina per circa tre settimane.

Io vivo solo, sono agorafobico e sociopatico.

Credo che non comprerò più giornali e non rinnoverò l’abbonamento televisivo.

Dove si parla dell’intrepido viaggiatore e di stili letterari

gorgia-2Si deve ancora comprendere se l’intrepido utente delle linee aeree – al di là di ciò che ne pensa il mio buon amico e illustre autore de “Il metodo antistronzi”, Robert Sutton – possa dirsi al sicuro non appena metta piede nella struttura aeroportuale.
Robert, col quale intrattengo una fitta corrispondenza di vecchia data, nutre una sconfinata ammirazione per le linee aeree: sostiene che non solo nel suo Paese all’avanguardia su tutto si licenzino i manager valenti, volanti e stronzi ma, meraviglia delle meraviglie, si impedisca all’utente stronzo, che abbia insolentito il più umile dei dipendenti di terra, di salire sugli splendidi aeromobili.

– Mister Sutton, il Suo libro è adorabile e Lei potrebbe essermi di grande aiuto: La prego, prenda in considerazione l’idea di concedermi la Sua Mano.

Risposta a stretto giro di posta:

– Cara Eva, la tua proposta is very sweet e il tuo senso dell’umorismo very nice, but alas, io non ti conosco e my wife Marina nega recisamente il consenso alle nostre nozze. Comunque grazie.

Non m’importa di ciò che pensate: nonostante Bob non abbia più risposto alle mie missive amorose, per me la nostra rimane una lunga e amichevole corrispondenza tra intellettuali.
Ecco la prima, inevitabile e noiosa digressione.
Si diceva, dunque, delle linee aeree nazionali ed estere, e se l’utente pretenzioso – io sono utente pretenziosissimo – debba essere grato agli addetti alla sicurezza oppure denunziare gli stessi presso il più vicino posto di polizia per violazione della privacy e molestie sessuali.
Per motivi di lavoro, nell’arco di qualche settimana, ho avuto modo di soggiornare, anche per diverse ore, in un numero considerevole di aeroporti nazionali ed esteri. Colgo l’occasione, giacché mi trovo qui a transitare, per complimentarmi con alcuni amici e/o conoscenti scrittori blogger (o preferite essere chiamati blogger scrittori?) per la costante presenza dei loro libri presso le librerie aeroportuali del nostro ridente Paese. Di costoro, per pura invidia – poiché dei miei nemmanco l’ombra  – non farò neanche il nome. Ma transeat.
Si conclude così la seconda digressione.
Lo ammetto, non sarò mai capace di confezionare quei piccoli post che non stancano il lettore di internet, fulminanti per intelligenza e acume, che attirano il lettore di cui sopra siccome la cacca le mosche.
D’altro canto, è notorio, io sono l’avanguardia e al contempo unica rappresentante di quel movimento letterario definito sardo-barocco dai critici letterari di tutto il mondo: e che non si dica, quindi, che lesiniamo sulle parole.
Ma per tornare all’oggetto della discussione, che stento francamente a rammentarmi, vorrei dire della violazione della privacy e delle molestie sessuali a cui viene sottoposto il sempre intrepido viaggiatore, il cui ideale di aeroporto è quello di Olbia – Costa Smeralda: che, si potrebbe dire, racchiude tutta la vecchia filosofia politica Veltroniana.
Né troppo grande né troppo piccolo; non provinciale ma elegante;  non tanto kitch da potersi definire per ricconi sabaudi (lui perennemente con la sacca delle mazze da golf a tracolla e lei – datata – leopardata Cavalli e bionda naturale quanto the crow), non tanto chic da non accogliere benevolmente isolani avventurosi; immerso nella macchia mediterranea ma abbastanza visibile a qualche centinaio di metri dalla super strada.
Insomma: anche questo ma anche quello.

Giustificherò queste mie gravi affermazioni, e prenderò come esempio due aeroporti: quello di Napoli e quello di Filadelfia. In entrambi sono stata sottoposta a violenze morali inaudite; mancavo dalle lontane Americhe dal settembre 2000, mentre era la prima volta che mi recavo a Napoli.
Esperienze devastanti, mi si creda.
Ma di questo, parlerò domani, oppure dopodomani.
Sì, domani scriverò un post veloce e acuto: basta con il sardo – barocco.

Sulla morte

 

483px-Willy_il_giardiniere_Simpson_-_Van_GoghLeggo l’articolo su l’ultimo ‘Venerdì di Repubblica’, 25 Ottobre. Lo faccio per motivi personali di cui non parlerò in questa sede né in altre e, fatto da non sottovalutare, perché ho un bagno straordinariamente accogliente. Il bagno delle femmine, in casa Carriego, non ha niente da invidiare al salotto buono di una casa borghese: ampio e luminoso, tende di lino ricamate a mano da amica di grande talento, quadri alle pareti, porta riviste pop art, tavolino vintage originale con zampine sottili anni ’60 e ripiano in pura formica che riporta scena bucolica, ripiani alle pareti per libri, Ipod grande  –  ché non usa più in borsa, non è cool  –   e occhiali di diversa gradazione e fattura. Quest’ultima affermazione è un falso, volevo solo fare la splendida: in realtà ci sono solo gli occhiali da presbite, che però in casa vengono definiti ‘occhiali da bagno delle femmine’: Ehi, hai visto i miei occhiali da bagno delle femmine? No. Controlla nel bagno dei maschi.

Ormai in casa viviamo in due, l’uccellino ha abbandonato il nido già da qualche anno, ma ha segnato per sempre, oltre che le nostre vite, anche  i nostri doppi servizi. Brillante studentessa di scuola materna, appese due targhette sbilenche che asserivano, in uno stampatello ancora più sbilenco ma non contrattabile: bagno dei maschi, bagno delle femmine; ora quelle targhette non ci sono più, ma è come se quella destinazione fosse rimasta indelebile. I nostri amici, se maschi, si dirigono automaticamente, al bisogno, nel bagno dei maschi; se femmine, in quello delle femmine. Alcuni maschi, particolarmente sofisticati, chiedono cortesemente se possono usufruire del bagno delle femmine, dove si trattengono produttivamente, giacché al loro ritorno in società spesso si inizia a parlare di metacronia e di estasi involontaria o di quanto Francesco sia diventato un’icona della sinistra. Ammetto che ciò mi riempie d’orgoglio che a stento reprimo, vista la mia non riconosciuta bravura di interior designer, mentre il tizio che mi gira per casa da decenni sembra non dar peso alla scelta. Ma non sono qui per vantarmi del mio bagno, che tra l’altro il solo scriverlo mi fa uno strano effetto, mi fa pensare a una sorta di devianza ( quella è una stravagante, si vanta del suo bagno: ne scrive, perfino…), ma per  via dell’articolo che ho letto con agio, a rivista spalancata sul tavolino da té vintage.

Tokio, a lezione di morte. Un prete buddhista dà lezioni di morte a giapponesi abbienti sostenendo che cambierà il loro approccio all’insolubile problema di ciascun essere umano, ovvero la propria morte. Coinvolgendoli in un gioco di ruolo devastante ( si devono identificare in un tumorale il quale con l’avanzare della malattia, per poter sopravvivere, deve rinunciare a delle ‘cose’) consegna loro cinque foglietti di diverso colore, ognuno dei quali identificherà, nell’ordine: cinque cose materiali, cinque cose della natura, cinque attività fisiche e via dicendo. Ma i foglietti fotti popoli sono quelli gialli, – il mio colore preferito, non a caso il bagno delle femmine è giallo, per dire – che indicano le cinque persone più amate. Facile rinunciare ai massaggi e alla palestra, nevvero? Facile rinunciare alla Pugeot nuova di zecca con touch screen, nevvero?  Dev’essere davvero facile, giacché un paperone giapponese rinuncia senza colpo ferire alla BMW nuova di zecca e un altro al sesso. Ma ritorno alla quistione, che per il giornalista e quindi per il prete, è essenziale: i giapponesi non hanno messo tra le cinque persone più care parenti stretti né amici di una vita. E qui vorrei sapere: e di che ti meravigli? Se hai solo cinque posti liberi per parenti e amici sei più sociopatico di me, vivaddio. Sei tu il prete: gli altri sono giapponesi ricchi, magari hanno famiglia numerosa e pure una geisha che amano alla follia. Ma tant’è. Il prete buddista è peggio di un kapò ebreo e non sente ragioni: il gioco di identificazioni costringe gli allievi prima a liberarsi di antichi kimono, poi del mare, poi del cibo, finché. Finché non rimangono solo i biglietti gialli. Bene, sebbene in fase terminale, i giapponesi iniziano a scartare anche il giallo. Che cialtroni. Non che io sia razzista, non ho nulla contro i cagliaritani, per dire: ma dei giapponesi ho sempre diffidato.  Così, in un mare di lacrime e sudore simulato, sacrificano perfino i fratelli: rimangono solo coniuge e figlio.

Bene, pare che nessuno abbia finito il gioco. Sussurrando un flebile ‘non voglio morire’ i nostri si arrendono e giurano sulla tragicità dell’esperienza che mai più ripeterebbero. Poi il prete dice loro che hanno capito che bene e male, vita e morte sono inscindibili e che hanno compreso il principio base del pensiero buddhista: che tornassero sereni alle loro attività quotidiane ma senza scordarsi di passare prima alla cassa, grazie.

Il cellulare è oggetto estremamente voluttuario

people.jpgIl cellulare è oggetto estremamente voluttuario.
La fontana ha l’aspetto dei sassi musicali di Sciola, ma più plastico, dai getti d’acqua asimmetrici sulla vasca di basalto. A me, piace.
Lei è giovane, torace magro. L’altra è più anziana. Lavora sopra di lei con gesti veloci e sicuri. Un baffo di gel, una ventosa. Posso vedere i suoi piedi dalla mia sedia ergonomica dietro la scrivania. Calzano delle sneackers alte e rosse, con la virgola bianca che ne occupa quasi tutta la parte posteriore. Siamo qui per caso entrambe, dovremmo essere altrove. Mi viene in mente che lunedì dovrò essere dall’estetista all’orario inurbano delle 14 e 30. Come si fa, chiede un tale con occhialini tondi e felpa con cappuccio, bisogna avere uno schema o almeno un’idea base su qui lavorare, oppure le storie vengono via in punta di penna per libera associazione di pensieri? Amico, francamente mi sembra una domanda idiota da fare a un saggista. Ma tant’è.
Lui parlava di simbologie legate al concetto di identità del doppio. Parlava di maschere evocative. Tormento, nell’attesa, il mio frequenzimetro e mi viene in mente la maschera della Dogaressa, piuttosto dozzinale, che comprai durante l’ultimo viaggio a Venezia. Lui continuava a parlare di donne, affermando che il suo risultato, dopo approfonditi studi, l’aveva portato ad affermare che le donne rappresentano la sacralità delle regole. Fremito d’orgoglio in sala tra il genere femminile, che ormai rappresenta l’80% dell’utenza in tali manifestazioni. La sacralità delle regole boxa con la creatività ma – chi mai potrebbe affermare il contrario?, vi sarà pur rimasto un briciolo di educazione cattolica in quei vostri corpaccioni di atei inveterati –sacralità è sostantivo più importante di creatività. Poi prese a parlare di specchi e disse, senza mostrare ombra di dubbio, che specchio è sinonimo di ambiguità. Credo che ripudiò queste stesse parole nel momento stesso in cui le definì in blocco concetti non statici. Disse che la ricostruzione storica non è statica ma piuttosto un fatto politico, un sistema di segni da decodificare. La distruzione della cultura passa attraverso la distruzione della memoria , e in particolare che la distribuzione della cultura passa attraverso la distribuzione della memoria, scritta o tramandata per via orale. Gran parte dell’auditorio sobbalza sulle poltroncine, sbalordito dalla novità del concetto. Non è vero, è solo del facile sarcasmo a cui non ho saputo resistere. La memoria ha prospettive multiple, si rivolge asetticamente agli avvenimenti: quindi possiamo scegliere le chiavi di lettura che meglio ci aggradano. Io decodificherei gli avvenimenti con un piede di porco fisiopatologico, mentre credo che il mio amico G. userebbe una lieve e sofisticata chiave filosofica. L’oratore preferisce una lettura della storia utilizzando la psicologia analitica junghiana: la cultura, quella con la A maiuscola ( C maiuscola è cacofonico). Afferma che la riproduzione sta alla cura femminile, come la produzione sta al logos maschile.
Ma io, cosa ci faccio qui?
Infatti non sono lì, inseguo i miei pensieri seduta dietro la scrivania mentre attendo. Se no, come avrei potuto pensare ‘il cellulare è oggetto estremamente voluttuario’ ? Solo seguendo i miei pensieri, alcuni dei quali, lo ammetto, non hanno alcun legame col precedente né col successivo.
Lei è giovane e ha un torace magro, due seni adolescenziali con l’areola scura, come quasi tutte le donne di queste parti. Distesa sul lettino rigido, il torace su e giù come un mantice. La figura sopra di lei, bianca e veloce: ventose e baffi di gel come fosse un giocoliere. Set per pericardiocentesi con rubinetto a tre vie.
Metodo della complessità, continua lui: maschera, specchio e simulacro.
Proiezione del ruolo della donna attraverso ogni argomento, inizio e fine del tutto, portatrice di mistero che non può essere – no, no e poi no – fondatrice del logos. La maschera non si addice alla donna per il primo criterio di esclusione: la donna è già maschera di suo. Subito dopo, nessuno in terra può risparmiare agli astanti un tipo calvo che sostiene che i sardi sono maschere per definizione ( parla il sardo, trovo che sia fuor luogo, e per questo già lo odio): non usano l’indicativo ma il condizionale, ovvero usano due verbi servili e un ausiliario; ma non finisce qui, aggiunge che gli isolani usano il congiuntivo, perché rappresenta potenzialità e/o meccanismo di difesa. Conclude che il futuro, dati questi tragici presupposti, incombe su di noi e non sappiamo come amministrarlo e regolarlo. Nella mia nuda semplicità, credo piuttosto che i sardi siano tra gli italiani, i migliori nella coniugazione dei verbi, e che sia per tale motivo che utilizzano tempi verbali, pensando al futuro solo se parlano al futuro. Be’, altrimenti userebbero il condizionale presente, a meno che con fosse il caso di usare il congiuntivo imperfetto: ma questo tempo non viene contemplato dall’oratore calvo perché forse non accompagnato da aggettivo minaccioso.
La ragazza dal torace magro porta ancora le scarpe da tennis, le sneackers alte e rosse, con la virgola bianca che ne occupa quasi tutta la parte posteriore, ultimo modello Nike. Il mio torace invece è ricoperto di uno sterile verde brillante e porto degli zoccoletti olandesi. O Manitù, fammi trovare la falda più spessa di primo acchito. Tre centimetri di liquido che si formano velocemente ti trasformano in uno stantuffo e per simpatia mi viene, da sempre, una dispnea discreta e invisibile agli astanti.
Ultrasuoni, se voi mi faceste trovare una falda di due centimetri e mezzo, io mi fermo a un millimetro dal cuore, apro il rubinetto e torace magro respira bene. Il liquido citrino inizia a sgorgare sugli zoccoletti olandesi, ma questo è un errore su cui si può allegramente passare sopra. Il problema è: ho pensato in sardo e ho usato il congiuntivo e l’indicativo, qualcuno mi spieghi il meccanismo di difesa e/o ausiliario che avrei usato. Naturalmente è una richiesta retorica.
Quindi: congiuntivo come meccanismo di riserva o di difesa. Il futuro incombe su di noi e non riusciamo ad amministrarlo. Le facce delle signore che sanno a memoria Emily Dickinson sono perse nell’elaborazione delle verità elargite. Le facce dei professori liceali logos-produttori sono invece perse nella consapevolezza di aver capito le leggi che muovono il mondo.
Torace magro inizia a respira regolarmente solo dopo l’apirazione di 15 centimetri cubici di liquido citrino, – potenza e mistero della fisiologia – il resto a seguire.
Appena starà meglio, spiegherò a torace magro non solo il mistero dei tempi verbali, ma che è un’ambigua, che non ha bisogno di mascherarsi perché lei stessa è maschera per definizione e, infine, che non è destinata al logos ma alla riproduzione ( che, detto per inciso e che nessuno sottolinea mai, è l’atto più creativo del mondo). Addiverremo infine alla conclusione che io non parteciperò più alla presentazione di libri sociologici ( essendo sociopatica) nella ridente cittadina in cui entrambe abbiamo la fortuna di vivere; essa, dal canto suo, non manca di senso dell’umorismo anche nelle situazioni meno eleganti.
Mi dice, con un filo di voce, di non avere alcuna intenzione di rinunciare al suo dottorato di ricera alla Tuft University solo perché un tizio calvo ha problemi con il condizionale.

Dalla parte del lettore

Leggo volentieri i post su facebook di librai che ogni giorno hanno a che fare con lettori stravaganti. Consiglio ai miei due lettori Emiliano Longobardi, libraio creativo a cui molto tempo fa consigliai di scrivere un libro su  i suoi incontri ravvicinati con gli acquirenti con cui si trovava ad avere a che fare. Credetemi, situazioni al limite tra il surreale e il più raffinato humor inglese. Egli mi rispose che un altro libraio, L’apprendista libraio, aveva un blog molto seguito e da cui aveva già tratto un libro, che io lessi con grande soddisfazione. Ciò mi portò ad apprezzare ulteriormente Emiliano Longobardi, il quale, oltre ad avere a che fare quotidianamente con  lettori che chiunque di noi vorrebbe conoscere per migliorare la qualità della propria vita, svolge attività a cui rimando alla sua hp di facebook per arricchire la vostra cultura. Ma non è del mio apprezzamento degli amici librai di cui, in questo breve post vorrei parlare ma, piuttosto, andando sfacciatamente  controcorrente – è delle difficoltà che il lettore – ma neanche grande lettore, diciamo lettore medio –  che incontra alle prese con il libraio, che vorrei dire . Ho la fortuna- fortuna? Parliamone, ma in un altro post – di vivere in una cittadina di provincia, altrimenti detta Nuoro. In questa cittadina vi sono tre librerie, di altre non so, a men che non si tratti di edicole o di mercerie che possono essere coinvolte nella distribuzione di libri per motivi che ignoro. Ebbene, stamane, in seguito ad avere letto numerose critiche, articoli, saggi di giudei e di cattoli (a questo punto credo che leggere il libro sia un obbligo, gacché ho letto numerosi  stralci nelle critiche) mi trovo, per motivi di lavoro, vicino alle più importanti librerie di Merulas, ops, di Nuoro.  Premetto che dalla mia libreria di afferimento, dopo aver  ordinato il libro di cui si dice, mi vien detto:’L’abbiamo ordinato, ci è arrivato, ma non riusciamo a trovarlo.”

Vado nella libreria più ‘in’ di Merulas, ops,di Nuoro: avete ‘La banalità del male ‘di Arendt?  Come no, ce l’avevamo fino a stamane sennonché la biblioteca  di Orune – vede, si tratta proprio di un attimo-, ce l’ha chiesto un attimo prima di lei e non ce l’abbiamo più, perché ordiniamo un libro per volta. Lei chi è scusi, potremo farglielo avere tra una una settimana.

Sono una persona che non si arrende: il mio cellulare sta per scaricarsi, i miei pazienti mi apettano, ma non  mi arrendo. Vado  nella libreria più centrale di Merulas, ops, di Nuoro.

“Buon giorno, avete “ La banalità del male”?

“Controllo, un attimo”

“Di Arendt?”

“Sì”

“No, mi spiace”

Avete “ Cinquanta sfumature di grigio”?

“Certo, un attimo”

“Non avevo dubbi. Buongiorno.”