Ti prego di spiegarmi

“Ma perché mai ti avrò dato retta?” andava ripetendo Francesco Moro a sua moglie Giovanna, “Davvero, credimi, non riesco a pensare a nulla di più osceno… Mi domando perché  il tribunale di Venezia abbia annullato il sequestro di questa porcheria… non avrei dovuto darti ascolto”.

Fin dall’uscita dal cinema Ariston Francesco aveva preso a mugugnare contro sua moglie, che aveva insistito per vedere quel film, e che realmente l’aveva scandalizzato. Era un uomo tutto d’un pezzo, aveva delle certezze in campo etico che non avrebbe mai discusso con nessuno, nemmeno con se stesso. Essendo uomo di legge, pur in forte disaccordo con la sentenza del pubblico ministero Continentale, riteneva però che chiunque aspirasse a vedere il film, che inspiegabilmente dalla stessa sentenza era stato definito ‘opera d’arte’, avesse diritto di farlo. Sua moglie era tra questi, e per quanto non capisse l’interesse di lei per certe opere d’arte, che definire tali a suo modo di vedere era quanto meno azzardato, la assecondava.

“Ma che significa tutto questo, sai dirmelo? Vuoi spiegarmi, per favore, che razza di storia è mai quella che abbiamo visto? Anzi, no, non dirmi niente…”

Parlava in continuazione. Le parole che uscivano dalla sua bocca si trasformavano, a contatto con l’aria gelida di quella notte di dicembre, in piccole nuvole di vapore che svanivano subito per essere sostituite da nuvole uguali. Giovanna Moro, mani guantate di nappa nera, si stringeva nel suo cappotto color antracite affondando il viso nel vaporoso collo di volpe grigia. Camminava più lentamente del marito, rimanendo sempre qualche passo dietro a lui, che parlava e gesticolava perennemente avvolto dalle nuvole delle sue parole.

“Te lo dirò io, piuttosto”, continuò imperterrito “Abbiamo visto una storia senza senso, senza capo né coda, con una trama inesistente buona solo a giustificare quelle porcherie…”.

Lei continuava a stringersi nel suo cappotto, quasi abbracciandosi a difendersi dal gelo e immaginando che ad abbracciarla fosse Carlo Mazzitelli. Attraversarono così il Ponte di Ferro, e la distanza tra loro andava facendosi sempre più grande.

“Vuoi spiegarmi, per favore, da dove diavolo è arrivato il visitatore? E perché mai tutta la famiglia ha dovuto soccombere al fascino del misterioso e bellissimo giovane? No, davvero, Giovanna: se tu me lo spiegassi te ne sarei davvero grato… Non ha senso, guarda…”

Lui voleva molte spiegazioni da lei: gliele chiedeva con urgenza, addirittura la pregava. Come se si potesse spiegare un’opera d’arte. Come se qualcuno – foss’anche un amante, un fratello, una madre o un critico d’arte –  potesse spiegare a qualcun altro la bellezza. Così andava pensando Giovanna Moro, conscia del fatto che l’urgenza di suo marito si esaurisse tutta nelle domande: era infatti un’urgenza che si appagava tutta nelle sue nubi di parole, che contenevano sia la domanda che la risposta.

“La verità, mia cara, è che lo scrittore, il poeta, come viene definito, ha delle preferenze sessuali che si premura di ostentare in molte delle sue opere e, ti prego di non prendermi per bacchettone, alcune di queste gli meriterebbero di essere messo al rogo… No, guarda, non dirmi niente: non puoi far raffronti tra la funzione educativa dell’eros del maestro verso il fanciullo nella cultura attica e gli obbrobri di questo grande poeta… l’artista, a mio giudizio, deve vivere immerso nel suo tempo. Bene: nel mio tempo la pederastia è un reato!”, concluse Francesco in modo perentorio.

Giovanna guardava le nubi di parole che continuavano a uscire senza sosta dalla bocca del marito, che camminava davanti a lei, circondargli il capo come un aureola, che i fari delle auto provenienti da via La Marmora illuminavano contribuendo così a santificarne i saldi principi morali. Giovanna pensò alle più profane nubi di vapore che si erano accumulate a ridosso del soffitto nello studio di Carlo Mazzitelli un tardo pomeriggio di qualche mese prima, che poi era venuto giù in una pioggia profumata di sandalo e vaniglia sui loro corpi nudi.

“Ma di questo film, ti prego di spiegarmi la profondità e la logica narrativa: arriva questo estraneo e diventa amante di tutti, compresi il capofamiglia e la serva – ringraziando il cielo in casa non ci sono cani e gatti – e poi se ne va così come è arrivato… Una trama scadente per somministrare al pubblico pagante scene di erotismo fin troppo reale. Ti prego di spiegarmi che senso ha tutto questo, se puoi…”

Ti prego di spiegarmi. Quante volte questa pressante quanto inutile richiesta l’aveva mandata fuori dai gangheri; ora invece suscitava la sua silenziosa ilarità. Presero a salire lungo la Strada Majore e Giovanna si concentrò sul rumore secco dei suoi tacchi sul lastricato di granito; ma non durò a lungo.

“Ti prego di spiegarmi, mia cara: che fine ha fatto, dunque, il misterioso visitatore? Perché si trovava là? E possono, la sensualità e la bellezza, sconvolgere fino a tal punto una famiglia borghese? No, credimi, comunque tu la voglia mettere, non regge…”

Si fermò, così parlando, all’altezza del Caffè Tettamanzi; l’aspettò e la prese affettuosamente sotto braccio.

“Beviamo qualcosa prima di tornare a casa. Dobbiamo comprare i Cioccorì per le bambine, ricordi? Siamo ostaggi di quelle signorinelle: se vogliamo uscire la sera, dobbiamo portar loro il Cioccorì, i patti sono chiari”, disse con affetto, il quale solitamente aumentava esponenzialmente con la distanza dall’oggetto. Quindi aprì la porta del Caffè, entrò prima di lei e solo allora la invitò a fare altrettanto. Francesco, dopo tanti anni e quattro figli, non aveva perduto l’eleganza dei piccoli gesti nei confronti di Giovanna, perciò subito dopo scostò la sedia liberty dal tavolino rotondo e la fece sedere. Certamente, se fossero stati in auto, dopo aver fatto uscire dal Tettamanzi sua moglie prima di lui, si sarebbe precipitato ad aprire la portiera dalla parte di lei.

Lui prese un whisky e lei un martini; l’ambiente era riscaldato e gli affreschi che ricoprivano il soffitto, illuminati dalla luce morbida dei lampadari di cristallo che si rifletteva sugli specchi alle pareti opacati dal tempo, avevano su entrambi lo stesso effetto sedativo di due dita d’alcol. Le prese la mano e la guardò teneramente negli occhi, era sempre felice delle uscite serali con sua moglie. L’amava di un amore senza condizioni: ovvero non gl’importava nulla di ciò che Giovanna pensasse, a cosa aspirasse. Se si fosse fermato un attimo a chiedersi a cosa sua moglie pensasse, a cosa aspirasse  – in una parola se si fosse chiesto chi in realtà sua moglie fosse – sarebbe rimasto sorpreso nel constatare che la sua domanda, contrariamente a quanto avveniva di solito, non contenesse implicita la risposta.

“Mi piace uscire da solo con te, senza le bambine. Anche quando mi porti a vedere quei filmacci…” le disse sorridendo.

Gli restituì un sorriso carico d’affetto, quasi di simpatia; gli strinse a sua volta la mano in un gesto che lui scambiò per complicità e bevve un sorso di martini. Chissà perché, Giovanna aveva sempre pensato che il momento giusto per parlare a suo marito sarebbe arrivato in un contesto assai più drammatico del Caffè Tettamanzi, che entrambi amavano, e certamente non  mentre si tenevano per mano. Guardò i tre Cioccorì accanto al bicchiere di lui, e poi lo guardò negli occhi.

“Ti lascio”, gli disse con voce calma e decisa “Mi sono innamorata di un altro uomo”.

Il mare a Settembre

Stavo cercando un posto tranquillo per scrivere un articolo per me molto ostico, che credo dovesse imperniarsi sulla particolare posizione del Libano  – come si dice? – sullo scacchiere politico medio orientale. Il mio direttore voleva che spiegassi all’ignaro lettore perché il Libano, già perla del Mediterraneo ai fastosi tempi di bancarottieri, nani e ballerine, fosse in seguito diventato un campo di battaglia per cristiani e musulmani. Costoro appartenevano a innumerevoli tribù, alcune delle quali, sebbene di uguali etnia e religione,  e si odiavano tra loro più di quanto non odiassero etnia e religione avverse, qual ora nel caso di specie si possa usare questo aggettivo legale. Etica professionale avrebbe voluto che io, per primo, fossi a conoscenza del perché la grande finanza internazionale avesse abbandonato il Giardino dei Cedri e spostato altrove il centro dei propri interessi economici. Invece ignoravo tutto della questione, con le medesime, lievi inconsapevolezza e indifferenza dell’ormai mitica casalinga di Voghera. Quel pomposo direttore d’un foglio di provincia – verosimilmente un residuato bellico post-sessantottino, come attestava quel suo trasandato modo di vestire da vecchio rivoluzionario in disarmo – mi aveva spostato alla politica estera solo perché il titolare era via per motivi di salute. Il povero Marrosu soffriva di una polmonite che stentava a guarire. Sapevo come andavano queste cose: purtroppo c’era caso che da lì a sei mesi  mi trattenessi a tempo indeterminato alla politica estera. Ma io, accidenti, fino a una settimana prima ero alla cronaca nera locale: che diavolo ne sapevo delle strategie economiche mondiali?Il tiranno si mostrò comprensivo. Lui: capelli ricci e incolti color pepe e sale che gli ricadevano sul colletto delle orribili camicie non-stiro; ultracinquantenne sovrappeso col toscanello aromatizzato al caffè perennemente tra i denti e un abbigliamento che meglio avrebbe figurato se indossato nei primi anni ’70. Io, trentenne palestrato, vestivo Armani e Prada ma ero innegabilmente avviato verso una calvizie anzi tempo, che si annunciava spudorata in un deserto tricotico sulle tempie e con una chierica precoce. Ma non era per questi motivi che il pomposo, pur non essendomi esageratamente antipatico, m’infastidiva. Apparteneva a quel genere di persone che pensa di sapere di ogni cosa in misura più che soddisfacente, così da poterne discutere o scrivere, qual ora se ne fosse presentata la necessità, certamente in maniera men che superficiale: quando non sempre, a suo avviso, da profondo conoscitore. Conscio della sua grandezza, fu pietoso nei miei confronti, che invece non coltivavo affatto queste certezze: mi diede qualche vecchio numero di Limes degli anni ’90 e le chiavi della sua villa al mare. “Non piantarmi grane , Patteri,” mi disse, “troverai perfino il mio portatile:  non ti resta che fare un lavoro di cute and past e l’articolo è bell’e fatto”. Ero seccato e non lo nascondevo: nell’arco di ventiquattrore mi aveva spostato d’imperio dalla tetra certezza della cronaca nera ai marosi sconosciuti della politica e, Dio me ne scansi, dell’economia. Mi lanciò le chiavi con gesto complice che m’infastidì ancor di più perché non aveva alcun motivo d’essere e quindi prese a masticare per abitudine quel suo sigaro spento. “Non devi preoccuparti per il pranzo, il frigo è pieno di ogni ben di Dio, spero ti piaccia la carne. Be’… quasi ti invidio: buon fine settimana”. E se andò per i fatti suoi lasciandomi allocchito sul marciapiedi accanto all’ingresso pincipale dell’ “Eco di Mèrulas” : a farmi compagnia l’odore del suo dopobarba dozzinale comprato ai saldi nel discount sotto casa. La villa al mare si rivelò essere una sorta di capanno estivo utilizzato per riporre l’attrezzatura di un pescatore dilettante, a cui successivamente e senza alcuna concessione edilizia da parte del Comune – non si spiegherebbe altrimenti quello scempio architettonico – erano stati aggiunti una minuscola camera da letto e un angolo cottura che fungeva anche da zona giorno. Il pavimento era del peggior cotto che avessi mai visto in vita mia. Alla prima occasione assorbiva non solo acqua e ogni sorta di sostanze oleose, ma perfino l’ombra dei cattivi pensieri. E io, di quelli, ne avevo molti: avrei voluto uccidere il mio direttore, avrei voluto rimanere nella sicura nicchia della cronaca nera perché trovavo le vicende dei morti più interessanti di quelle dei vivi, avrei voluto che i miei colleghi non fossero così cagionevoli di salute ma solo perché non mi creassero problemi.
Il frigorifero si rivelò essere un optional, giacché ‘la villa’ del tiranno non era collegata alla corrente elettrica da tempo indeterminato, e il frigo iniziava a esalare un tanfo di decomposizione. Vabbe’,mi dissi, sarei andato a pranzo e cena ‘da Giacobbe’, il cuoco pescatore la cui bravura ai fornelli aveva oltrepassato gli angusti confini della provincia, e questo in realtà non mi disturbava. Ciò che mi indusse piuttosto alla risata isterica fu il portatile del vecchio: modello antidiluviano e batterie scariche.  Avrei dovuto scrivere il mio articolo, copiato da Limes, sulla battigia con la punta dell’indice, poiché non avevo portato con me nemmeno una biro. Mentre ridevo con la bocca spalancata rovesciando il capo indietro sentii un sapore ferrigno e dolciastro sulla lingua. Dal tetto giungeva la musica delle gocce di pioggia tonde e piene, come da ultimo temporale estivo, di quelli che passano all’improvviso, così come arrivano. Nulla andava per il verso giusto, pioveva perfino dentro casa. Si scatenarono gli elementi: un vento freddo prese a soffiare dal mare facendo sbattere gli infissi, così che dovetti quasi barricarmi all’interno per non essere portato via da un maestrale furibondo che s’infilava dappertutto. Dalla finestra che dava sulla spiaggia ammiravo il colore dell’acciaio del mare, che s’increspava in onde alte con creste bianche di spuma; il cielo che lo sovrastava era di piombo compatto, squarciato da ferite rossastre a cui seguivano dei tuoni che ricordavano urla umane. Avrei preferito essere nel mio appartamento a scrivere del serial killer che da tre anni uccideva e depezzava, dopo orribili torture, giovani omosessuali, portando la provincia agli onori della cronaca nazionale. L’elettricità elettrostatica liberata dai fulmini mi provocò, come sempre accadeva, una spiacevole sensazione di bocca secca. Meccanicamente afferrai la maniglia del frigo alla ricerca di qualcosa da bere. Mi resi conto, disgustato, che la superficie era scabra, istoriata con bassorilievi di cibo vecchio, verosimilmente delle estati precedenti. Mi chiesi se il despota avesse moglie o figli; sì, insomma, se aveva qualcuno che si prendesse cura di lui. La maniglia scattò e la portiera si aprì all’improvviso: un braccio flesso si estese per tutta la sua lunghezza come una molla, e il dorso della mano incrostata di sangue colpì violentemente la patta dei miei pantaloni. Fui investito da un fetore nauseante, mentre il dolore ai testicoli mi mozzò il respiro: assalito dal braccio sinistro scongelato di Andrea Sella, architetto omosessuale scomparso da tre settimane, i cui lavori erano su tutte le riviste del settore per la sua ardita creatività, già definita “astrattismo urbano”. Non ebbi modo di pensare altro. L’orrore e la nausea m’impedirono di accorgermi del maestrale freddo di fine settembre che invadeva la stanza e che portava con sé l’odore di un dopobarba da due soldi. Poi tutto fu cancellato dal sapore dell’etere. Fu un peccato, sono certo che avrei scritto un articolo eccezionale sul serial killer degli omosessuali: da premio Pulitzer.

Io sto bene, così spero di voi

Ebbene, da queste parti le cose si fanno con calma. Riprendo a scrivere in un blog , tra l’indifferenza generale, dopo diverso tempo. Durante la mia assenza ho fatto diverse cose: mi sono iscritta su facebook dove ho scatenato oppure partecipato a inutili diatribe su chi fosse lo scrittore più bravo degli anni zero del terzo millennio, giungendo in alcuni casi fino agli insulti personali; ho cancellato il mio account da facebook; ho riattivato il mio account su facebook dove ho scatenato oppure partecipato a inutili diatribe sulla struttura gerarchica di tipo medioevale che vige nel social network; ho di nuovo cancellato il mio account su facebook; ho riattivato il mio account su facebook altre diciassette volte per scatenare o partecipare a inutili diatribe di cui non ricordo nulla; ho cancellato il mio account su facebook. Poi mi sono iscritta su Twitter, a mai nome fu più appropriato, perché mi sembra di stare dentro un’uccelliera in cui tutti cinguettano e nessuno ascolta. Su Twitter ci sto ancora, trovo ogni tanto dei riferimenti interessanti. E’ qui che tramite Michela Murgia ho saputo dell’ Università Aristan ,  a cui prestamente ho deciso di iscrivermi per conseguire – dopo laurea, specializzazioni e master che qualsiasi sciocchino può avere con un po’ di impegno – ‘la più importante laurea illegale del pianeta in Teoria e Tecniche di Salvezza dell’Umanità’ ( cito testualmente). Ho fatto anche altre cose, adesso sono assidua frequentatrice di palestra. Ho perso otto chili e ciònonostante ho imparato ad apprezzare il gin tonic. Si può dire? O è troppo personale? Cancello? Ok, ci penso. Ho letto parecchio, ho studiato filosofia, ho scritto un altro libro di cui nessuno sentiva la mancanza – neanche babbo e mamma, che il vostro Dio me li conservi comunque per molti anni a venire -, mi sono tagliata i capelli e ho fatto il degradé, che mi ringiovanisce un sacco. Ho conosciuto diverse persone reali, e ho scoperto ciò che già sapevo e che dovrebbe indurci a rivedere i rapporti nati nel web: non sono diversi da quelli che intercorrono nel mondo reale. Infine, mi sono comperata un cappottino destrutturato veramente delizioso e un paio di scarpe Blahnik.